Giuseppe Neri

Se prevedere quali saranno le tappe successive di un artista, gli esiti futuri della sua opera è operazione che presuppone qualità divinatorie nel critico, anche tentare di leggere a “posteriori” il suo itinerario è esercizio non esente da rischi. Il primo dei quali potrebbe consistere nel trovare una “chiave” unificante, un’interpretazione unitaria, rin­tracciare una scia, un filo, una traccia, un indizio che colleghi una fase all’altra e che potrebbe risultare un’invenzione del critico più che un riscontro oggettivo nel work in progress dell’artista.

Ma questo è un azzardo che siamo disposti a cor­rere di fronte al lavoro più che trentennale di Ruggiero Di Lollo. Siamo convinti cioè che nel corso della sua lunga attività, peraltro ancora felicemente proficua, pur potendo individuare due tempi e un intermezzo, essa si svolge all’insegna della coerenza e dello sviluppo, senza fratture traumatiche, senza cesure sconvolgenti tra un tempo e l’altro, come d’altra parte questa antologica mette bene in evidenza.

L’esordio artistico di Di Lollo risale ai primi anni 60 ed è già un esordio sicuro, che rivela una personalità definita, che mette in mostra un profilo netto, marcato, senza incertezze. La pittura di questo suo primo tempo che si protrae fino agli inizi degli anni 70 è una pittura che si connota in senso materico e in direzione espressionistica. Si direbbe che il giovane artista sia posseduto da un’urgenza di rappresentazione, da un insopprimibile bisogno di interpretare la realtà delle sue radici, da un marcato desiderio dl riscattare, con gli strumenti dell’arte, una condizione esistenziale angusta e senza prospettive. Ma il discorso di Di Lollo si svolge tutto all’interno della pittura e nella logica della pittura, nel senso che nei suoi quadri non prevalgono mai ragioni “altre”, populistiche, sociali, di denuncia. Le grandi tele di questo periodo, a partire da Sotto la pioggia del 1963, sono attraversate da pennellate grasse, dense, quasi sciabolate policrome, sono riempite da grumi, macchie di colore, a indicare, a suggerire squarci di paesaggio, frammenti di natura, campi di grano, anfratti di bosco, alberi che s’intravvedono sotto cieli rannuvolati. Ci sono opere di questo periodo - e pensiamo soprattutto a Paesaggio invernale o a Campo di grano e per un altro aspetto a Crocifissione - in cui l’urgenza della rappresentazione è tal­mente forte che la pennellata si fa addirittura frenetica, quasi rabbiosa e il colore è spiaccicato sulla tela direttamente dal tubetto.

Ma a questo punto bisogna sottolineare che già, in questo primo tempo, Di Lollo sembra interessato molto più alle ragioni del colore che a quelle della figurazione, nel senso che nella composizione delle sue opere la strategia del cromatismo s’impone, quasi naturaliter, su una più o meno spinta figuralità. Certo i colori di questo periodo sono strettamente legati alle sue radici (Di Lollo nasce uomo di altura, le sue radici affondano nelle crete e nelle rocce dei monti molisani, anche se successivamente scoprirà - e ne sarà folgorato - la liquidità del mare) e sono i colori delle cortecce degli alberi, dei muschi, degli spacchi - quasi ferite - della terra e sono proprio questi colori, nel loro tumultuoso, magmatico erompere dalla tela a determinare”la composizione” e la leggibilità dell’opera o, detto diversamente, sono proprio i colori a determinare le forme, a campire la struttura dell’opera.

Si colloca agli inizi degli anni 70 quello che abbiamo definito un intermezzo nell’arco della sua attività: ci riferiamo a quell’esperienza, molto apprezzata da due studiosi come G. C. Argan e Filiberto Menna, dalla quale scaturiscono i grandi pannelli metallici, trattati con la stessa tecnica dei carrozzieri che stava ad indicare la grande disponibilità dell’artista a misurarsi con tutte le tecniche espressive. L’elemento fon­damentale e più significativo di questa esperienza fu colto acutamente da F. Menna il quale sottolineò che scopo precipuo di Di Lollo era quello di perseguire “un ordine costruttivo, un’architettura cromatica” capace di condizionare l’ambiente “con la sua presenza incombente e con i timbri puri e squillanti del colore”. Come si vede cambiano i materiali e la tecnica, ma il colore resta il motivo centrale, predominante, della ri­cerca di questo artista. Ci sembra addirittura ovvio far rilevare che sulle lucide superfici di questi pannelli i colori, se perdono la sensualità, la pastosità, la gradualità dei toni e delle sfumature, acquistano in vivezza e luminosità ed anche le forme si depurano delle scorie e si fanno più pulite, più nette e geometrizzanti.

Ma agli inizi degli anni 70 accade nella biografia di Di Lollo, un episodio che si è poi rivelato fondamentale per la sua pittura, che ne ha determinato, in maniera irreversibile, gli sviluppi successivi: alludiamo al suo approdo nel golfo di Gaeta. Qui, in questi scenari che dell’antica civiltà conservano tracce ancora ben visibili, anche se corrose dalle insidie del tempo e dall’incuria degli uomini, Di Lollo “scopre” il mare, la luce, la luminosità mediterranei. Per lui uomo di altura, è una rivelazione o, meglio, una folgorazione. Si direbbe che questa mediterraneità di cui sono impregnati questi luoghi, questi cieli limpidi e altissimi, questo mare che trascolora dall’azzurro al verde, in una sterminata gamma di sfumature, questa luce che co­nosce il nitore dei cristalli, si siano impossessati del sangue, dei cromosomi, della mente dell’artista e abbiano esaltato quella sua parte segreta che già lo spingeva a privilegiare, nella tessitura di un’opera, i valori e le valenze cromatici.

A partire da quest’epoca, la sua pittura subisce un lento e graduale processo di sottrazione, teso ad eliminare dalla tela quelle residue ed esigue tracce di figuralità, quei labili, sporadici segni che potessero, in qualche modo, rimandare ad una realtà concreta e riconoscibile. E così, quasi impercettibilmente, Di Lollo approda ad un astrattismo del tutto particolare, ad un astrattismo mediterraneo, fondato non tanto su un’algida algebra mentale, quanto invece sul sapiente gioco dei colori, su larghe stesure cromatiche appena increspate da impercettibili brividi o addirittura su grandi superfici che sfidano il monocromatismo. Posseduto, ossessionato, condizionato del mare, Di Lollo lo concepisce come uno spazio in cui convergono e si coaugulano tensioni liriche, visioni mentali, palpitazioni emotive e quando questi impulsi divergenti riescono a trovare un punto di fusione, ecco allora che l’artista raggiunge un elevato grado di perfezione stilistica, un perfetto equilibrio tra forme e colori, i quali, inclinano, sfumano in tonalità tenui o in limpide e cangianti trasparenze.

Si inscrive esattamente a questo punto del suo percorso, la grande operazione pittorica che Di Lollo ha compiuto su un testo poetico di sublime e ambigua bellezza come il Cantico dei Cantici: un’operazione dalla quale si poteva uscire annientati e che invece, l’artista ha padroneggiato con superba sicurezza. Le ragioni di questo successo vanno ricercate in una felice intui­zione e in una fortunata circostanza. L’intuizione è stata quella di aver compreso subito che il sentimento panico che alita nelle pagine del Cantico, quel teso desiderio che inturgida le vene dei due amanti e ustiona la loro carne dovevano essere affidati non tanto al codice della figurazione, al linguaggio, fatalmente limitativo, del realismo e della verosimiglianza, ma alle trasparenze e alle evanescenze dei colori, alla trama dei contrasti cromatici e al sapiente dosaggio delle sfumature. Ma a questo punto il gioco era fatto, perché, come abbiamo visto Di Lollo  è pittore che predilige la leggerezza, la luminosità e che affida al colore il compito di inventare le forme. I corpi che si sciolgono nel colore o spuntano dai fondali di una natura dove trionfano gli azzurri, i rosa, i gialli e i violetti, hanno perso la loro materialità e sono diventati elementi incorporei di una pittura di forme sinuose e fluttuanti.

Senza nulla togliere alle sorprese dell’azzardo, del rischio o della scommessa con i quali ogni artista, in maniera consapevole o inconscia, si misura quotidianamente, siamo sicuri che per il prossimo futuro Di Lollo, dalla sua altana sospesa sul mare, continuerà a fare i conti con l’alchimia dei colori nella speranza di avvicinarsi sempre di più alla purezza assoluta.

 

 

Filiberto Menna, introduzione al catalogo della mostra personale alla galleria d’Arte LA NUOVA LOGGIA di Bologna - 1971

Nonostante il gran numero di gallerie d’arte, di giornali e periodici, che si occupano di pittura, scultura, grafica, ecc., nonostante il numero crescente dei critici, nonostante tutto questo non è ancora facile, per un giovane artista, giungere alla sua prima mostra personale, evitando le trappole rappresentate dalle gallerie di secondo e terzo ordine, sempre pronte a “incoraggiare” qualsiasi dilettante disposto a sottomettersi a certe condizioni.

Ruggiero Di Lollo, giovane artista romano, ha avuto la pazienza, di attendere l’occasione giusta e anche quel tanto di violenza, dettata dalla solitudine e dalla timidezza, necessaria per irrompere entro lo spazio chiuso e diffidente della critica.

Diffidente non senza ragione, poiché l’Ufficio delle “presentazioni, appare sempre più scaduto e anacronistico, soprattutto se si tratta di continuare a celebrare cose sapute.

Non è questo il caso di Ruggiero Di Lollo, che esce per la prima volta dalla solitudine del suo studio, dove ha lavorato per anni con molta serietà e molta coerenza.

Da anni Di Lollo insiste su queste strutture della visione, con la lenta, ma sicura messa a fuoco dei problemi e delle tecniche espressive.

Ha cominciato con larghe stesure di colore puro su tela pervenendo a risultati gia notevoli, ha poi sostituito la tela con pannelli di legno opportu­namente preparati a ricevere le stesure cromatiche senza spegnerle e compro­metterle con effetti materici ha infine adoperato grandi pannelli metallici, preparati industrialmente, per spingere ancora piu avanti il proprio discorso di ordine costruttivo e oggettivante. Su questi pannelli, aggregati in modo da formare grandi superfici murali, Di Lollo distende il colore con tecnica industriale proprio per ottenere un risultato il più possibile lontano da una espressività di natura lirica.

Ciò  che egli persegue è piuttosto un ordine costruttivo, un’architettura cromatica che condizioni l’ambiente con la sua presenza incombente e con i timbri puri e squillanti del colore.

Alle sue spalle si individua chiaramente una precisa presenza culturale quella che era maturata nell’ambito del concretismo italiano del secondo dopoguerra e che ha dato recentemente altri esiti nell’area della nuova astrazione oggetttuale e della ricerca di pure strutture, libere da qualsiasi preoccupazione fabulatoria o intimistica.

Il colore di Di Lollo tende quindi a rinunciare a motivazioni di ordine emozionale ad abolire ogni funzione di rimando o di metafora, sicché l’opera acquisita il significato di una presenza oggettiva, di una cosa che entra a far parte, come un oggetto, della nostra scena quotidiana.

 

Italo Mussa, introduzione al catalogo della mostra personale alla galleria d’Arte ARTIVISIVE di Roma - 1974

Ruggiero Di Lollo compie una ricerca sul colore, il colore metallizzato e lucente delle carrozzerie delle automobili. Dal ’70 in poi essa ha determinato ogni sua scelta estetica: favorendo soprattutto l’elaborazione di una visione cromatica astratto-concreta, risalente alla pittura razionale degli anni ’30, come ha osservato Filiberto Menna. Ora la sua ricerca sul colore ha raggiunto un preciso livello tecnico e visuale, portando così la visione cromatica a sole linee orizzontali. Fredda o calda l’ottica bellezza delle linee orizzontali è, “naturalmente” antiemotiva, cioé non favorisce deviazioni liriche.

È l’arte del colore, è la capacità di comporre per successioni e adiacenze (orizzontali, appunto), onde salvaguardare le leggi del contrasto.

Nel valorizzare queste leggi Ruggiero Di Lollo è particolarmente abile: nella misura in cui dichiara apertamente il suo lavoro di artigiano specializzato. La disposizione delle linee orizzontali manifesta, infatti, un chiarissimo ordine strutturale. E ogni linea-colore possiede una propria qualità-intensità, dinamica e decisiva.

 

Walter Zettl, introduzione al catalogo della mostra personale al palazzo della SECESSIONE di Vienna - 1974

Per quanto semplici possano sembrare, a prima vista, le tavole a colori di Ruggiero Di Lollo, esse reclamano un notevole impegno da parte del critico, se vogliamo prendere sul serio il postulato di Rainer Maria Rilke nella sua introduzione alla monografia sugli artisti di Worpsvede, in cui chiede che questi sia in grado non solo di vedere colori, ma anche di dire colori.

Nella pittura di Di Lollo struttura e cromatismo si identificano. La stratificazione del colore si riallaccia ancora a Mark Rothnko, ma, mentre questi sottolinea nei suoi strati cromatici valori e timbri diversi, incontriamo in Di Lollo una stesura del colore, che applica con gli odierni mezzi tecnici (lacca al nitro su metallo), senza variazioni nel tono o sulla superficie. Risulta così visualizzato il mondo cromatico della nostra estetica da carrozzeria, che si manifesta privo di qualsiasi tremolo emotivo.

La funzione del colore è determinata dalla sua posizione e dallo spazio che gli vengono attribuiti nell’ambito di ogni quadro.

I risultati manifestano un sensibile equilibrio, tale da provocare nel­l’osservatore la disponibilità alla contemplazione.

Ogni forma di dinamica ne viene esclusa.

I colori non hanno attributi e rimangono al di fuori di qualsiasi forma di azione. Non sono garantiti di nulla tranne che di se stessi, non vogliono rendere visibili ne emozioni, ne valori o concetti, ma detengono il possesso della propria entità.

I sei decenni che separano Di Lollo dalle avventure dei Futuristi, ci ricordano le parole del pittore romantico tedesco Philipp Otto Runge, quando dice che, in tutti i tempi, sono state proprio le opere d’arte a manifestarci con la più chiara evidenza i mutamenti del genere umano e che sarebbe, di conseguenza, un segno di funesta ingenuità voler rievocare l’arte del passato.

Per questo non deve spaventarci il dato di fatto che oggi ci troviamo di fronte al tramonto di quel tipo di comunicazione visuale chiamato “arte” e, forse, assistiamo alla nascita di un nuovo tipo di comunicazione figurata, come fin dal 1 946 prospettava Alexander Dorner nel suo trattato “The Way beyond Art” e come oggi avviene per opera di artisti della specie di Ruggiero Di Lollo.

Vienna, 8 ottobre 1974

 

 

Arturo Bovi, introduzione al catalogo della mostra personale alla galleria d’Arte CARUGGIO di Bergamo - 1975

È interessante notare in Ruggiero Di Lollo la determinazione della sua scelta estetica dal 1970 in poi.

Come dire l’elaborazione di una visione cromatica astratto-concreta che risale alla pittura razionale degli anni ’30 e che implica, come personale linguaggio, una ricerca sul colore metallizzato e lucente delle carrozzerie delle automobili con un preciso livello tecnico e visuale a sole linee orizzontali e con un preciso ordine strutturale.

Non vi è alcuna variazione di tono, o nella superficie, poiché i mezzi tecnici moderni che egli adopera (la nitrolacca sul metallo) tendono a timbri di intensità e qualità dinamica e decisiva, visualizzando e portando alla luce ogni possibile influenza emotiva. E di ordine emotivo freddo e razionale nella sua stessa intensità di percezione.

Strutture e cromatismo si identificano in rapporto alla superficie. E ritrovano una loro entità. È giusto dire che siamo agli sviluppi più avanzati rispetto alla radice formulata da Dorner nel 1946 nel suo trattato, “The Way beyond Art”.

 

 

 

 

Salvatore Mignano, introduzione al catalogo della mostra al palazzo Traniello a Gaeta - 1976

Che cosa si chiede a un artista, nel nostro caso a un pittore? Sic et simpliciter: d’intendere e leggere il mondo, la realtà, la vita; di rappresentar­celi sulla tela, con le loro immagini più o meno ovvie, in pennellate di colori, in segni grossomodo espliciti.

Ebbene, date ma non concesse queste premesse, che c’entra Ruggiero Di Lollo con la pittura? Fino a prova contraria  Di Lollo non si è fermato a dipingere alberi e case, nature morte e ritratti, anzi, Di Lollo da tempo non dipinge neppure con i pennelli né su tela: usa pannelli metallizzati e vi spruzza sopra i colori con la pistola del verniciatore.

A questo punto, tirare le somme, (oh! come fanno subito “i più”. A tirare le somme…), si dovrebbe concludere, a lume di buonsenso e del codice del navegar pittoresco, che la pittura di Di Lollo non è pittura e che Di Lollo non è pittore. Infatti.

Ruggiero Di Lollo non è un “pittore che dipinge” non è un professore di disegno che dipinge perché ha imparato a tirar di linea e a stemperar i colori. Nel mondo piuttosto stantio e commercializzato della pittura con­temporanea, Di Lollo è un “provocatore”, nell’accezione dell’antico “provo­care” che vuol dire appunto “chiamare di fronte, dinanzi”.

Ruggiero Di Lollo ci chiama di fronte alla realtà del mistero e del silenzio, sulle rive impetuose del brivido che non ha coscienza di . Certo, le sue “strisce” di colori ci provocano all’impatto con la (divina indifferenza), con l’aridità selenica dell’assoluto; ma chi non voglia ormai muoversi e consolarsi con tutto ciò che appare nell’inganno consueto dei sensi, non può sottrarsi più alla rivelazione della sostanziale negatività del cosmo.

Al di là della fittizia oggettualità, delle “care” immagini consuete, resta il vuoto del pensiero, l’“itinerarium mentis in Deum”: un Dio che, sia come “assenza” o come “presenza”, si accampa sui pannelli di Di Lollo quale problema metafisico, ricerca ideologica, ansia di andare al di là della siepe sul monte Tabor di Recanati. Non avevo incontrato finora altro pittore più “religioso” e più “illuminato” di Di Lollo.

Quando spruzza i colori, mi fa pensare alle frecce lucreziane sparate verso i confini dell’infinito.

Le sue “strisce” gettano fasci di domande sul limite estremo della nostra umana avventura di naufraghi perduti nello spazio e nel tempo dell’irrealtà quotidiana. Al di là c’è il buio della ragione, l’angoscia del bimbo nascosto nel silenzio del cuore.

Al di qua c’è la luce provvisoria di un’arte quanto mai raffinata e sofferta. Ut poesis pictura.

 

 

 

Francesco Moschini, “Il timore ed il bisogno di Poesia”.

Le occasioni espositive per Ruggiero Di Lollo hanno sempre scandito delle tappe significative e differenziate all’interno del proprio lungo e continuativo itinerario pittorico. Per questo egli ha fatto di ogni sua uscita pubblica una sorta di bilancio e di verifica, quasi a misurare “lo stato delle cose”, nonché la tenuta del proprio discorso pittorico, costringendosi con ciò a ridurre allo stretto indispensabile le proprie mostre, evitandone la pura occasionalità facendole diventare così un momento di serrato confronto con le sue precedenti posizioni. Non può che sorprendere allora la scoperta di una impressionante continuità nel proprio lavoro, ricercata e perseguita con una maniacale ossessività, pur nell’apparente “differenza” dei suoi cicli pittorici. Il fatto stesso di aver sempre collocato ogni sua opera in una unitarietà di lavoro come se si trattasse di costruire un mosaico con tessere differenziate e pure tutte mantenute su omogenee tonalità, sposta imme­diatamente l’attenzione dalla singola opera alla complessità dei reciproci rimandi tra le stesse, quasi a far decantare quel troppo coinvolgente piacere del testo, quella bellezza troppo accattivante dei singoli lavori, per costrin­gerci invece a spostare la nostra attenzione sull’ordine del discorso visto nella sua totalità e nella sua capacità di porsi come riflessione sull’arte, sui suoi metodi di trasmissione e sulle sue più generali implicazioni. Non è allora un caso che tra i primi ad apprezzare il lavoro di R. Di Lollo sia stato F. Menna, proprio negli anni in cui egli andava sistematizzando la propria ricerca teorica attorno alla felice intuizione della linea analitica dell’arte, indivi­duando quella capacità autoriflessiva dell’arte che saprà trarre dalle secche del puro concettualismo e dalle ascetiche ristrettezze dell’arte povera buona parte della cultura visiva di quegli anni, ridando nuovo vigore e nuovi stimoli a tutta la ricerca più pronta a mettere di nuovo al centro dell’attenzione l’opera d’arte con la sua bellezza e la sua verità, senza più relegarla nel limbo dell’oggetto trascurabile recuperato solo in virtù della propria carica ideo­logica. Ebbene, R. Di Lollo, che non si è mai lasciato suggestionare dagli eccessi delle neo-avanguardie, è passato indenne, proprio perché volutamente appartato, tra gli eccessi dello sperimentalismo ed ha scelto di superare anche le ristrettezze del proprio lavoro, con il lavoro stesso, accumulando opera su opera, cercando poi di rimuoverla, di dimenticarla per poi ritornarvici sopra ed avanzare oltre costringendosi poi a rimettersi ogni volta in discussione. Ed è proprio in questo continuo “accumulo” per poi disperdersi negli infiniti sentieri del proprio ricercare che ci pare potersi collocare il dato di partenza della serrata ricerca pittorica di R. Di Lollo che va allora interpretata come tentativo di superare i limiti “naturali” dell’operare artistico per farsi discorso sul mondo oltreché sulle cose e sull’esistenza stessa, andranno allora riletti i titoli dei suoi lavori, al di là degli eccessi naturalistici cui sembrano a forza ricondotti, per scoprirne vocazioni parallele a costruirsi come tappe progressive di un processo lucido e disincantato di allontanamento e di separazione da ogni presunta totalità per scoprirne la sua parzialità, la sua impossibilità di parlare delle cose, per accontentarsi semmai semplicemente di nominarle per scoprirne il vuoto incolmabile, la pretestuosità e la loro riduzione a semplici larve di una vagheggiata pienezza. Se la sua riflessione pittorica sembrerebbe farsi allora troppo amara nello scoprire la drammaticità di ciò che si presupporrebbe aperto e solare, che ci si è sempre sforzati di rappresentare nella sua apparente bellezza, quando l’artista pur riluttante si decide a sollevare quella patina accattivante, quel misterioso velo di Maya, non può che indicare ulteriori e possibili salvezze: non si tratterà di nascondere le tracce quasi a coprire l’evidenza del vuoto incolmabile appena intravisto, ma di scoprire in quello una nuova bellezza imprevista, che valga ancora la pena di essere vissuta non come patetica ricomposizione, ma come eroico impegno che anche se solitario non potrà che dare i suoi frutti. Ecco allora perché i quattro grandi monocromi turchesi pur nel loro aprirsi per offrirsi come distese incontaminate, sono quasi raggelati e rappresi nonostante le vibrazio­ni introdotte da piccoli segni pittorici, quei segni d’onda quei segni del mare, che sembrerebbero infrangere l’assolutezza dell’opera. Impercetti­bile sommovimento introdotto non fa che sottolineare l’inperturbabilità di quella finestra spalancata sull’universo che da nulla può essere turbata: è proprio la presenza di questi vitalistici bagliori controllati e circoscritti, mantenuti nell’alveo di una improvvisa e fugace apparizione come se fossero miraggi bloccati nell’attimo della loro massima visibilità e perentorietà d’immagine a convincerci che la loro inquietante presenza non fa che trattenere lo spettatore soggiogato all’interno dell’opera quasi a convincerlo che da parte dell’artista non c’era alcuna intenzione di trasbordare oltre i limiti fisici dell’opera, nessun gesto fiducioso verso una spazialità oltre e al di là di quella rigidamente imposta dalla tela. Che altro è allora questa sottolineata costrizione a rimanere all’interno se non la denuncia di una artificialità del linguaggio, della visione e dell’intera operazione artistica? Ci si potrà ostinare a fingere di rincorrere appaganti e tranquillizzanti equilibri tra naturalità ed artificialità, ci si potrà sforzare di fare del proprio disperdersi in una vagheggiata e ritrovata naturalità una crociata in nome di un nuovo umanesimo da ricostruire, ma varranno più le indicazioni di “caduta” che quelle di “salvezza” a garantirci la legittimità ancora e nonostante tutto di continuare, come fa da tempo R. Di Lollo, a mantenere il proprio percorso pittorico sul filo di una lucida critica all’esistente, restituito con una nuova e sorprendente idealizzazione che non si dà mai però come estrema finzione deviante ma come infinita contemplazione. Solo così si può svelare il recondito, o per lo meno aiutare a comprenderlo, mostrare il dissidio senza preoccuparsi di ricomporlo, infine far scontrare come elementi antititetici, come fossero semplici materiali fatti tra loro reagire nella loro esibita inconciliabilità, natura e pittura, riflessione del mondo, sempre più avvertito nel suo degrado, ed autoriflessione dell’operazione artistica, colta ed esibita nella stua ineffettualità, nella sua manifesta impotenza a farsi elemento risolutorio ma portata tuttavia a parlare e ad esprimersi sul mondo. Credo che R. Di Lollo non si sia mai fatto illusioni in proposito, anche quando nel compatto ciclo pittorico precedente, quello dedicato al Cantico dei Cantici, all’inizio degli anni Ottanta, proprio per il carattere epico di quel ciclo, aveva ceduto alle tentazioni della narrazione più abbandonica esasperando il rapporto figurazione/astrazione costringendo entrambe a rovesciarsi ciascuna nella propria opposta polarità. Era giunto allora ad una figurazione in cui il segno, nel suo darsi come gesto violento, teso più a costruire contorni che a strutturare immagini, evitava ogni allusione alla solidità, alla compattezza, come si trattasse di individuare campi di attrazione magnetica, di pure forze contrastanti. Contemporaneamente l’astrazione del fondo da cui si staccavano quelle figure, pur nel suo costruirsi arabescato tendeva a risolversi in termini naturalistici con insospettate profondità, con azzardati aggetti verso lo spettatore in una sorta di diffuso panismo che permeava le figure, l’astrale liquidità di quegli scenari, infline, i sentimenti evocati  dalle sapienti estrapolazioni di alcuni versi del Cantico. Era anche allora il timore ed il bisogno di Poesia a costringere R. Di Lollo a coniugare la freddezza della ragione con la partecipazione del sentimento e se si era lasciato sviare dalla concitazione della narrazione incalzante era per non aver voluto lasciarsi rapprendere le parole in  gola, quasi a costringersi alla asetticità del silenzio di chi ha già visto lontano, ma non per compiacersi nell’estremo inganno, ma per lasciare ancora uno spiraglio non tanto a se stesso, costretto ormai alla coscienza della pura variazione sul tema, alla ripetizione differente di una declinazione tante volte sperimentata e forse inattuale nel suo spietato disincanto, quanto per gli altri, almeno per coloro che fossero ancora fiduciosi nelle “magnifiche sorti progressive dell’umanità”.

Allo stesso modo, nei cicli pittorici dei suoi esordi, dopo un avvio informale che mitigava il populismo ed il pietismo di fondo con il gusto corrosivo e deformante della lezione espressionista, quasi a catturare anche allora la luce tra quelle tenebre in un più scoperto e disarmante naturalismo, tenero nella mantenuta ingenuità, il problema centrale era per R. Di Lollo quello di creare un distacco tra la sua sfrenata passione per il fare pittura, con l’irruenza cromatica ed il gusto orgiastico per il colore che fin dall’infanzia portava con sé e la sentita esigenza di mettere ordine a quell’universo informe così come gli si presentava. Aveva scelto così, abbandonando come troppo coinvolgente il gusto materico che nel Cantico delle Creature aveva trovato momenti di grande equilibrio, di rinunciare a immettere nella superficie pittorica il mondo con la sua realtà per privilegiare invece la sua verità. Era giunto a delle pure campiture di colore che nella loro stesura meccanica alludevano più che al riduzionismo tecnologico e depotenziato di ogni valore ad un possibile infinito intrattenimento proprio perché facendosi la levigata superficie pittorica ricettacolo di un imprevedibile gioco di riflessi mutevoli, il naturalismo faceva di nuovo irruzione prepotentemente nell’opera ma decantato dal rigore della sua costretta ingabbiatura. Le bande orizzontali costringevano alla ribalta ciò che sarebbe sprofondato nel vuoto abissale della stesura monocroma: ma tutto ciò era ancora paradossalmente un modo per non staccarsi definitivamente dalla “naturalità” del fare artistico, mantenuto rigorosamente nei suoi caratteri più artigianali, nonostante le variazioni di tecniche e strumenti, oscillando continuamente tra la necessità del reale e l’aspirazione al suo allontanamento, attraverso l’astrazione. E quando, come avviene in questi recenti lavori, R. Di Lollo saprà rinunciare ai dati oggettivi di partenza per lasciarsi condurre dalle esclusive necessità della pittura, cercherà ancora una propria giustificazione a questa rinuncia, sentita come perdita del centro, altalenando il proprio approccio all’opera tra l’irruenza e la violenza del segno che si fa puro gesto sulla superficie ed un segno invece più fluente, a volte serpentinato e avvolgente quasi a rimanere più distesa­mente nel quadro. Ma non sarà certo il suo indugiare tra la bellezza di quei colpi di luce in un’opera straordinaria come quella intitolata “Presenze luminose nelle trame notturne del mare”, o, all’opposto, l’icasticità e la perentorietà di quell’unico segno blù di un’opera come “Idea di mare”, a convincersi che R. Di Lollo pensi ancora all’opera come finestra aperta sul mondo, con le sue bellezze da inseguire e da ricostruire. E piuttosto la sua accettazione della scoperta dell’artificialità del linguaggio a rendere questi suoi recenti lavori delle pietre migliari all’interno della sua ricerca pittorica.

È la consapevolezza che ogni elaborazione artistica non può che partire da se stessa, dai propri antecedenti ormai storicizzati e sedimentati e dalle proprie intime ragioni convincendosi che come accade per l’angelo di Benjamin nessuno può più voltarsi a “ridestare i morti”, ma che quell’aura che spira dal paradiso sarà portatrice di grandi rivolgimenti. Accetti dunque R. Di Lollo di inscrivere il proprio lavoro in un arco di lezioni salutari che vanno dal naturalismo scientifico di Claude Monet, almeno dalla lezione sul grande Vuote delle Ninfee, giù sino al ritrovato vitalismo di Mario Schifano e non potrà non accorgersi quanto sia stato per lui determinante, se non altro a livello inconscio, il portato teorico e figurativo dell’espressionismo astratto americano della fine degli anni quaranta, con il suo mito di poter andare oltre la frontiera, di rifondare tutto da zero, e con quanto di questo fiducioso mito l’astrattismo italiano del dopoguerra abbia dovuto fare i conti, da Dorazio a Turcato, da Perilli a Scialoja.

Eviterà così di sentirsi un ricercatore solitario e isolato, l’orgoglio e la presunzione dell’essersi costruito da solo e scoprirà di non aver più bisogno di ricorrere continuamente ad un poetare ad ogni costo, anche nella ricerca dei titoli e, forse, ma lui non lo vorrà, potrà anche chiudere quella sua finestra sul mare, scoprendo quanto sia meglio immaginarselo soltanto e prefigurarselo come sembrano indicare i suoi lavori.

 

Sergio Quinzio, dal libro Cantico dei Cantici Caramanica Editore 1996.

 

   …per noi, uomini del nostro tempo, è quasi impossibile concepire l’intensità e la forza straordinaria che ha avuto per la tradizione ebraica l’atto coniugale. L’unione dell’uomo con la donna non è soltanto un’allegoria dell’amore di Dio per Israele, o per l’anima del fedele. E’ molto di più. E’ che l’atto coniugale compiuto in terra ha un ruolo tanto decisivo da ripercuotersi su Dio stesso. L’unione dell’uomo con la donna ha in se stessa la possibilità di avere delle ripercussioni “unitive” anche sul mondo celeste…

   …Anche gli sposi del Cantico dipinti da Di Lollo mi appaiono un po’ come sposi d’acqua, come creature marine. Tenui, forse oniriche, che si mostrano quasi solo in trasparenza in una pittura distesa in onde, o in fiamme simili ad onde verticali, una pittura che appena accenna alle forme. Non più che un accenno – fra azzurro, gialli, rosa e violetti – soprattutto a una figura femminile, dolce, lontana…

 

 

Ignazio Buttitta,  presentazione poetica al catalogo “Dalle linee verticali alle linee orizzontali” - 1990

Di Lollo è n’amicu miu,

e pitturi u stissu

ci nn’è unu:

unu ncelu

e unu nterra,

ma i quadri

ci fa fari o suli

a luna

o mari

e nuddu i accattari.

Di Lollo, invece, i vinni,

i vinni in cuntanti

ed havi ammiratura

clienti e mercanti:

ci nn’è unu!

Aspra 22 luglio 1980

 

Di Lollo è un amico mio,

è pittore lo stesso

ce n’è uno:

uno in cielo

 e uno in terra,

ma i quadri

glieli fa fare al sole

alla luna

al mare

e nessuno può comprarli.

Di Lollo, invece, li vende,

li vende in contanti

ed ha ammiratori

clienti e mercanti:

c’è n’è uno!